“SEGNO COLORE MATERIA”2007 ( Raymond Di Vitantonio )

By 28 Giugno 2007Recensioni

Raymond Di Vitantonio poeta-scrittore

Spesso ci si accosta alla lettua di un’opera attraverso i filtri degli strumenti critici e interpretativi, in questa occasione ho sentito la necessità di preferire la vista e il passo del visitatore discreto, di optare per il felice tema dell’incontro.
L’autore, in questo caso l’autrice, ha scelto la strada più difficile e allo stesso tempo più vera: Nel precedente ppercorso ha volontariamente ceduto il passo al dato biografico, non ha mostrato alcun timore nella sovraesposizione del proprio mondo interiore,del proprio vissuto rico e intenso. Condivido, infatti, pienamente le incisive e lucide analisi del critico Sandro Melarangelo e il professore Massimo Pizzingrilli. Sandro ha sottolineato i momenti forti dell’engagement di Marisa Lelii: la dimensione della partecipazione e dell’interpretazione del vissuto storico, la denuncia della prepotenza della presunzione della “civilizzazione imposta”, la condizione del femminile nella dimensione del personale, dell’onirico e del sacrificio relazionale, e tutto questo oltre ogni grata ideologica. Di Massimo Pizzingrilli mi hanno colpitodella linea-gesto “la maschera di un non nascondimento” che interpretando Pessoa: sarebbe come dire che ” l’artista è un fingitore, finge cos’ completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che veramente prova” , inoltre l’idea che l’opera di Marisa Lelii accetta il pericolo del -non compiersi-.
Dopo questo augurato e felice ritorno dell’artista, il suo confronto con la materia apre nuovi spiragli che tutto confermanoe tutto inverano perchè rappresenta una necessità intrinsecaalla forza del suo dialogòs.
Come se il dato personale accettasse come scontata la disseminazione, una lingua universale dove il proprio vissuto diventa elemento genetico, grammatica esistenziale di tutti.
Grumi di millenaria sedimentazione, dove la pulsione, il Caos, si è pacificato con il Logos e la distanza di una goccia d’azzurro confinata apparentemente nella marginalità della superficema è proprio da quel punto, da quel faro, che il mare dell’essere diventa cifra. Ci si può leggere il parto dell’io, la sofferenza della storia umana fra rischio perenne della nemesi e del riscatto, i segreti dell’altra metà del cielo, la ricogniione metafisica dell’ex-esistere. Sono espressioni polifoniche, plurilinguistiche, che ci conducono laddove, senza chiasso, si fa strada la cura autentica del mondo.
Aggiungo che con la materia Marisa Lelii ha elevato la vita descritta nelle creazioni grafico-pittoriche alla cognizione del Vivere e sempre dalla prospettiva di un fare che non cede nulla alle sirene del definitivo compiersi.

Ci si può vivere in un rosso disteso tra due terre di confine, bianche e nere: si vive lì sul crinale ci dice l’artista,lì la nostra traccia, il colore della drammaturgia della libertà e del rischio che essa comporta, ma che sono la forma inesauribile del nostro viaggio personale, storico e sacro.
E poi ho amato soffermarmi ull’uso del bianco, dai graffi rimarginati, e, sempre da lì, torno indietro a spirale e allora tutto si offre a una nuova lettura. Senza tregua.
C’à una stele bianca, infatti che immagino come delmen da piantare sulla terra, segno di una presenza autodiseredata da ogni volontà di dominio, pura e semplice descrizione del passaggio di un viandante, che dopo aver visto la violazione quotidiana della carne e dello spirito, segna, a cucire con la semplicità assordante di un graffio nella neve e con in alto l’embrione di un fiore, nella convinzione che il dolore è vulnerabile.

Marisa è di quelli che dopo un giusto periodo tornano all’arte, questo vuol dire che nel frattempo ha viaggiato, sola salutando devotamente i propri maestri, ed ora può con la forza della propria autenticità, portarci, raccontarci delle terre visitate da un angolo della propria terra ritrovata. Non cederà mai alle lusinghe delle uscite di sicurezza, ha fatto del suo lavoro una tenda per tutti gli invitati della terra. Un thè da condividere magari al tramonto, quando le tracce degli scontri cruenti delle nostre savane quotidiane non fanno più tanto male e noi ci sentiamo profili dignitosi dell’ombra.

Valgono per lei quei lancinanti versi dai quali non riesco mai a separarmi quando incontro un compagno di viaggio che sa di terra e che sa che il cielo deve attendere il tempo che deve attenderesono di Paul Celan:
da “Irish” (lei loè, senza alcun dubbio Marisa è irlandese d’adozione per l’impeto del suo coraggio)

dammi il diritto di passo
al tuo sonno, per la scala del
grano.
(?)
il diritto di poter scavare
torba sul pendio del cuore.
domani.