“NODI” 2008 ( Vincenzo Luciani )

By 28 Giugno 2008Recensioni

Vincenzo Luciani scrittore-critico d’arte

Marisa Lelii una donna, un’artista. Sarà bene per chi voglia avvicinarsi ai suoi lavori tenere presente questo stretto connubio. La pittua, così come l’arte in generale, è appannaggio di entrambi i sessi, almeno oggi, ma risulta essere radicalmente diversa se frutto dell’opera di un uomo o di una donna. La prospettiva cambia perchè non c’è simmetria psicologica tra i due sessi. Se Freud non ha preso un abbaglio sono sicuramente le donne che hanno più dimestichezza nel decifrare i molti dialetti dell’inconscio.
Per questo l’arte al femminile di Marisa Lelii costituisce ancor più una ricchezza.

Attraverso la particolarità del suo stile ci fa conocere ciò che un’artista può svelare degli enigmi dell’umana esistenza. Con la sua pittura ci mostra come si possa giungere a lambire i bordi impensabili e impensati dell’essere.
Riesce con una vera e propria invenzione, appannaggio di pochi, a dare forma all’invisibile che si cela nelle pieghe del visibile. Con un uso sapiente dei colori scardina l’obsoleto legame tra significato e significante. Legame che nella nostra quotidianità si mostra sempre più incapace di offrire nuovi orizzonti di senso.
Marisa Lelii riesce, invece, a dare dignità poetica alla sua pittura creando un linguaggio che si rivolta alle sue stesse leggi.

I suoi lavori attingono certamente alla sua storia, come potrebbe essere diversamente!, ma nello stesso tempo fermano il tempo su ciò che insiste al di la di ogni temporalità diacronica. Appare lontanissima da uno stile, pure tanto frequene, teso ad esaltare un tecnicismo fine a se stesso.
Tecnicismo che nella pittura, lo sappiamo, può raggiungere livelli eccelsi, ma che, al contrario della poetica di Marisa Lelii, rimane all’interno di uno statuto del segno in cui il significante non apre ad un senso inedito ma collassa su se stesso rimandando al già detto.

Marisa preferisce, invece, rompere le trame degli stereopiti culturali mettendo in risalto ciò che l’immaginario nasconde La “discordanza” struttuale che caratterizza l’esistena umana. Pone l’accento sul “Non c’è” che allunga costantemente la propria ombra sugli incontri dell’esistenza, là dove invece tutti si affannano ad un urlare “C’è!”
Non soltanto si mostra interessata alla discordanza tra il mondo interno e quello mondano, come ad esempio nell’immagine dell’uomo ripiegato su se stesso, chiuso in una sotra di isolamento autistico che lo rende incapace di mettersi in relazione con l’altro da se (Blu notte, RossoIII).
Ma altrettanto interesse porta sulla discordanza che risuona dentro ogni animo, come appare mirabilmente nei quadri nominati Spartiacque La traccia, Sopra e Sotto, Filo Rosso, Rosa e Azurro, Destra e Sinistra.
Opere queste che mostrano il difficile, se non impossibile, incontro tra due mondi. Mondi che si sfiorano ma che non si compenetrano, separati da una linea che li accosta e nello stesso tempo li tiene separati.

Dopo ogni sua fatica artistica Marisa si mostra inoddisfatta, si dice che avrebbe potuto fare di più. Come potrebbe affermare qualcosa di diverso? Per quanto possa spingersi lontana nella sua ricerca, non può non constatare che essa è, almeno in parte, sempre mancata.
Nonostante ciò non indietreggia e non si risparmia scommettendo che la sua impresa la porterà, comunque, a strappare, un lembo di indicibile. Lembo che diventa poi parte di sè. Le sue creazioni finiscono col diventare frammenti della sua stessa vita. Ogni sua opera diventa una parte di protesi da cui le risulta faticoso seprarsi.

A me sembra di poter dire che ogni suo gesto, ogni sua invenzione, sembrano fatti apposta per far sembrare i suoi quadri incompiuti, apparentemente. E’ come se nelle sue tele lasciasse di proposito uno spazio mentale ancora da creare affinhè ciascuno possa completarlo attingendo alla propria soggettività. Lascia ad ogni spettatore la libertà di scegliere il varco fantasmatico da cui entrare con lo sguardo.

In un’epoca, quella post moderna, che vede il trionfo imperante del linguaggio scientifico che, inevitabilmente, finisce con il precludere la dimensione soggettiva, Marisa Lelii con i suoi lavori ricolloca al centro del mondo l’enigmaticità dell’animo umano. Animo segnato da una passione che nessun postulato scientifico sarà mai in gado di declinare.
Certo “l’essere” non fa che dire il vero, ma occorre qualcuno che lo sappia intendere. Bisogna essere capaci di comprendere che cosa esso si affanna a dire. La verità, infatti, nello stesso momento in cui si svela, con un movimento contrario si vela. La verità è un battito. Non solo: essa contempla più registri, più strati.
Mi sento di asserire che l’opera di Marisa Lelii sia adatta a mostrarci la struttura stratificata della verità.

Nelle sue opere, a volte ama mettere in risalto quella verità più vicina all’umano sentire, come, ad eempio nella sua galleria di ritratti di persone che stanno attraversando ciò che rimane loro del tempo della vita.
Altre volte si spinge oltre cimentandosi in una lettura antropologica, come quando ci mostra città disabitate, prive di vita, senza coordinate spazio-temporali riconoscibili. Città distrutte, città mote (La Città sospesa, La Città in fiamme). Si potrebbe utilizzare metafora più adatta a indicare la desolazione dell’uomo del nostro tempo?.
Ma ancor più Marisa mostra tutto il suo talento quando si avvicina al nucleo più nascosto della verità, quello che insistentemente si ripete al di la di ogni empo: Qui davvero Marisa si rivela attentissima.
Può esserlo perchè dopo aver tenuto lontano per tanti anni questa sua passione, assorbita da passioni altrettanto importanti, ha scoperto che poteva esserci un luogo altro in cui, per davvero, era possibile mettere la propria interiorità. Un luogo che potesse sostituirsi all’agorà che pure l’aveva vista così intensamente operosa.

Come mi ha confidato in una breve conversazione privata, per lei si è trattato di rimettersi al lavoro spinta da una forza che, in un certo senso, la trascendeva. Come se si trattasse, aggiungo io, di una sorta di imperativo categorico. Opere che mostrano con lucidità e drammaticità la lacerazione dell’anima man mano che la vita avanza, man mano che essa si fa più pesante, più difficile da portare.

Tuttavia questa sua capacità di voler vedere l’animo con occhi privi di pregiudizi non le impedisce di mostrarci come la vita, per quanto non risponda mai alle attese, per quanto possa essere avara, per quanto sia radicalmente mancante, valga la pena di essere vissuta.
Sembra volerci dire che l’sistenza, nonostante si riveli costellata di nodi inestricabili (si veda in tal senso le sue ultime opere Nodi) si rivela, comunque, capace di incontri fortunati. Forse solo l’incontro con un Fiore di donna: donna in fiore ma anche fiore che solo da una donna può sbocciare (Fiore di donna I, fiore di donna II).
Ci rivela così che la donna non è semplicemente, come pure si dice, l’altra metà del cielo, ma incarna per l’uomo l’Altro assoluto, un’inquietante alterità. Incarna l’Altro il cui mistero e la cui potenza incute così soggezione, da segregarlo (vedi quadro Maschera di gesso, La gabbia di filo, La gabbia di filo II), mutilarlo ( la clitoridectomia in Rosso I) a mitizzarlo fino a renderlo irraggiungibile come è stata ed è Marlyn per l’universo maschile (Omaggio a Mrilyn III).

Allora potremmo azzardarci a sostenere che “l’impossibile incontro” che, pur con metafore diverse, attraversa l’opera di Marisa Lelii è soprattutto quello che concerne il rapporto dell’uomo con la donna, impossibile incontro, sembra sussurrarci l’autrice, soprattutto perchè l’uomo, forse, non ha sufficiente fermezza per guardare negli occhi il suo Altro. Altro tanto desiderato ma anche tanto temuto.