FEMMINILI “segni traversi a confronto” Marisa Lelii – Arsentij Pawlow 2011 ( Lorenzo Cipriani )

By 28 Giugno 2011Recensioni

Lorenzo Cipriani critico d’arte

 

La parola “femminile” rimanda a un genere grammaticale, all’aggettivo che si riferisce al sostantivo femmina, alla sessualità, al corpo, alla voce, all’atteggiamento, all’abito, insomma è una parola che ha a che fare con il corpo della donna, con le sue manifestazioni con il suo essere nel presente. Ma se è vero che tutte le parole non sono meramente il nome per definire ciò che è reale, o almeno reso tale dall’attività speculativa dell’essere umano, ma sono quelle relazioni prodotte da una lingua come sistemi di segni, di significati che si perdono in quel contenitore che Jung ha chiamato “inconscio collettivo”, ovvero nei simboli e negli archetipi della storia umana: allora il plurale “femminili” sta per ricordare la complessità di questo sistema, le infinite forme, della stratificazioni e le infinite forme della memoria. Un modo per definire un criterio interpetativo generato da una visione storico-antropologico non razionale, ma scaturita da una ricerca spirituale e naturale delle origini del mito. Da questo punto di vista, le relazioni che intercorrono tra il lavoro di Marisa Lelii e quello di Arsentij Pawlow si rivelano allo sguardo dello spettatore, così come all’analisi dello studioso. Sono infatti i caratteri di una memoria atavica, una memoria collettiva e personale, fatte di intrecci, di nodi, di tessiture nel tempo, gli elemrnti che legano le opere dei due artisti. Seppur di proveneienza e di formazione diversa, lontani nello spazio e nel tempo, le loro espressioni si riconducono a una rete, a una trama comune. Marisa Lelii sembra portare le ferite del passato, di quel passato senza voce, che per secoli ha relegato il femminile ad una privazione del proprio essere. I tagli inferti sulla garza dipinta ad acquerello sono ferite profonde, aperture alla condizione del dolore: sono grida di vita e di denuncia. Ma sono anche accoglienza, calore speranza. Come tutte le ferite portano in se non solo il grido, ma anche la nudità, la profonda rivelazione di ciò che è nascosto dalla superficie. E’ il corpo la visione ontologica principale di questi lavori che parlano di sentimenti, passioni ed empatia attraverso cui capire se stessi, ma anche trovare un nuovo modo di
rapportarsi con l’altro.
Anche il lavoro di Arsentij Pawlow deve molto alla memoria e alla complessita del simbolo. Le sue opere sono litografie rielaborate con ripetute impressioni, segni grafici e colori dai toni antichi. I soggetti delle due composizioni fanno parte di un mondo che affiora da ricordi lontano o dall’attività onirica che, in questo caso, diventa vera e propria manifestazione del reale. Sono reali infatti le figure che popolano questo mondo che si manifesta alla luce della verità: commedianti colti in atteggiamenti di vita quotidiana; ragazze dallo sguardo trasognato; bevitori e maschere che si confondono con soggetti dal corpo evanescente; musicanti e avventori di un presente a cui non è possibile dare un’età, un tempo.Questa mostra, nella contaminazione dei segni e linguaggi diversi di Marisa Lelii e Pwlow Arsentij, si apre al dialogo che intercorre tra presente e memoria del passato, e si fa promotrice di una riscoperta di ciò che sta al’origine dell’attività artistica, ovvero da un’espressione che viene dal fondo, che lega anima e corpo di ogni essere umano. Ci troviamo spesso, ai giorni d’oggi, dinanzi a manifestazioni artistiche che non hanno alcun legame con l’origine, che volutamente si rivolgono al solo frammento della realtà odierna e spesso trovano difficoltà di rapportarsi con il pubblico. Secondo una nota enunciazione di Adorno “nell’atemporalità del mito, l’attimo che spezza la continuità temporle trova la sua catastrofe”. In questo caso pare di intuire invece il tentativo di riconciliazione con il mito, con la tradizione e con la memoria, nell’opera di due artisti che percorrono strade che hanno punti in comune, che si incontrano, divergono, per incontrarsi di nuovo, e ancora allontanarsi come in un’intreccio; o come del resto, nella vita di ognuno di noi.